Con gli occhi di Zainab

Con gli occhi di Zainab

Redazione Racconti dal mondo

Che lucidità quel racconto. Vivido come se le immagini scorressero davanti ai suoi occhi adesso, come se fosse ancora lì, a giocare nel giardino davanti casa e rivedesse la scena, inaspettata e innaturale, estranea alla sua vita di bambina ma subito vera. “Dopo il rombo di un aereo, è arrivato il primo missile ed ha colpito la casa dei nostri vicini”, dice la voce di Zainab, chiara anche se è un sussurro, che supera con forza d’animo il silenzio improvviso nella corsia dell’ospedale universitario Saddam di Bassora.

Alì Galib il medico ha tirato su fino all’inguine la camiciola da notte di questa bambina di dieci anni dai capelli neri lunghi e ricci, il volto bello e luminoso, per scoprire la ferita di una gamba che non c’è più. E lei ha lasciato fare senza abbassare lo sguardo verso il corpo e il pudore offesi, sapendo che i grandi stanno esibendo la cattiveria che ha subito e della quale non riesce ancora bene ad avere una dimensione. Il padre Abdali Hameed, alla sua sinistra in piedi, il dottor Galib e un’infermiera, alla sua destra, le hanno detto di parlare a quei volti sconosciuti che la osservano dai piedi del letto, giornalisti della tv, mentre tutta la camerata tace, ammalati e parenti che rivolgono l’attenzione per ascoltare ancora una volta la storia di Zainab.

“Il secondo missile è arrivato in giardino”, è quello che le ha strappato la gamba, ma lei non lo dice apertamente. “Il terzo ha colpito la casa”, dentro c’erano 22 persone, 16 sono morte spiega il padre in inglese, per non farsi capire da lei. L’emozione è forte quanto il caldo e la luce che inonda la stanza: la nostra interprete di lingua araba, una libanese vissuta in Australia, sviene e l’infermiera la porta fuori. Si prosegue con l’aiuto del dottor Galib che traduce.

Zainab, hai notizia dei tuoi amici, dei compagni di scuola, chiedo. “No, da tanto tempo non ne so nulla”, risponde lei. E tua madre ti viene a trovare? Ad Alì Galib si tendono i muscoli del viso e non ripete la domanda in arabo, come avrebbe invece fatto l’interprete. “Mia moglie è tra le vittime, ma mia figlia non lo sa, perché nessuno di noi ha ancora trovato il coraggio di dirglielo”, interviene in inglese Abdali Hameed, senza tradire l’emozione né in volto né nella voce, per evitare che Zainab possa capire.

Il racconto lucido dei bambini può ingannare, si può credere che abbiano vissuto la realtà come un film, come davanti alla televisione, senza restarne scalfiti, con quella “beata ingenuità” evocata in modo paternalistico dagli adulti. Si può perfino sperare che non abbiano capito. Ma poi, nel loro sguardo si trovano i segni della guerra che non gli appartiene, che li ha colpiti strappandoli alla spensieratezza.

Il racconto dei bambini è la testimonianza di questa ingiustizia, di una vita spezzata alla radice, l’essenza della violenza che distrugge senza guardare in faccia a nessuno, il buono e il cattivo, il colpevole e l’innocente. La guerra che resta la stessa anche con le bombe intelligenti, che ogni tanto sbagliano. I bambini colpiti servono agli adulti a mostrare l’orrore e l’errore. Paternalismo è anche come si guardano le piccole vittime. La telecamera che riprende sempre dall’alto, al livello degli occhi degli adulti, che schiaccia i bimbi nel loro mondo. Il cameraman che mi accompagna ad un tratto se n’è accorto, ha abbassato la telecamera portandola in linea con lo sguardo di Zainab, è entrato nel suo mondo.

Siamo appena usciti dalla stanza, l’abbiamo appena lasciata con una carezza sul capo, senza neppure chiederci se per lei quel gesto di affetto di due estranei non sia un’altra piccola violenza da subire immobile, quando Zainab chiede al padre di poter andare fuori, nel giardino dell’ospedale, ora che il sole è più basso e c’è un po’ d’ombra. La stessa luce, la stessa ora di quando arrivò l’aereo americano.

Sulla sedia a rotelle, sotto un alberello, in silenzio, la piccola donna di Bassora guarda fisso lontano, oltre lo Shat el Arab, oltre le palme e gli spazi dove non correrà più con gli amichetti al tramonto, oltre la gente che le gira attorno e lo stesso padre che è lì ammutolito. Guarda nella direzione dove indicano le dita puntate di decine di statue in bronzo di ufficiali morti in guerra, messe dal regime di Saddam sulla sponda del fiume come simbolo della volontà di battere il nemico, verso est, verso l’Iran. Guarda nel vuoto. Ha negli occhi il nulla dell’infanzia che la guerra le ha rubato in un giorno d’aprile del 2003.