Taranto

Ghost Track per una Città Fantasma

Redazione Una storia al giorno

Lo scompartimento a otto posti del Napoli-Taranto si svuotò a Potenza. Restammo soli, Milena ed io. Il viaggio era ancora infinito. Ci allungammo ognuno sui sedili della propria parte. E, nei silenzi tra una domanda e l’altra, ci conoscemmo prima di arrivare a destinazione. “Ma, come si fa a trasformare un Paradiso in Inferno?”, mi chiedevo ascoltando Milena, con la sua storia di vita così dura ad appena sedici anni.

Nel 1979 Taranto era già devastata fisicamente e socialmente dalla fabbrica che avrebbe dovuto farla vivere. L’alienazione si infiltrava e intossicava le persone come i fumi, le polveri, i veleni chimici, i metalli e le morti bianche. In soli quattrodici anni, l’Italsider e gli altri stabilimenti avevano profondamente alterato il miracolo del suo ecosistema, rappresentato nello stemma della città con un delfino cavalcato dal dio Taras. Da un lato, il Mar Grande con le isole di San Pietro e San Paolo, mentre la terza, San Nicolicchio, detta u’Squegghie, è scomparsa, inghiottita dall’allargamento del porto mercantile. Dall’altro lato, oltre il Ponte girevole, i due seni del Mar Piccolo, con le decine di sorgenti di acqua dolce sul fondo, i cosiddetti citri, e il mitologico fiume Galeso, che ne rendono unico il bacino per uccelli, pesci e frutti di mare.

In quegli anni si parlava spesso della più piccola Italsider di Bagnoli, il cui insediamento aveva massacrato un altro antico paradiso, nella Napoli dov’ero nato. Invece, passava sotto silenzio lo scempio di Taranto, città dei miei genitori, dov’ero tornato a lavorare come giornalista. E questo non solo per le aspettative di benessere economico che si erano create, ma anche perché da decenni le aspirazioni ambientali e turistiche di quell’area erano state sacrificate alla ragion militare. La Città dei due mari era il porto strategico dove trovavano riparo le navi da guerra quando il Ponte girevole si richiudeva alle loro spalle. Mar Piccolo era inaccostabile demanio militare, dove i veleni dell’Arsenale e dei cantieri navali di Buffoluto avevano già contaminato l’area.

Al suo arrivo, il mostro siderurgico più grande d’Europa poté così ingoiare la vita dei tarantini semplicemente trasformando da militare in militante una consegna del silenzio che procedeva da tempo. Il patto politico per i trentamila posti di lavoro dell’Italsider impediva perfino di raccontare i quotidiani incidenti sul lavoro. Le copie del giornale per cui scrivevo venivano letteralmente fatte sparire dalle edicole quando pubblicavamo notizie scomode.

Solo oltre trent’anni dopo, l’innaturale tasso di tumori fra la popolazione ha riportato di forza quelle notizie sulle prime pagine. Troppo tardi. Per i tanti scomparsi. Per chi è rimasto senza speranze. Per chi, come Milena, è andato via e torna ogni tanto sognando che qualcosa possa ancora cambiare.