Le braccia di Alì

Le braccia di Alì

Redazione Racconti dal mondo

Alì Ismail Eedan, invece, sa tutto. Sa che il missile americano caduto a mezzanotte sulla sua casa del quartiere di Zafranya a Baghdad ha ucciso tutta la famiglia, 17 persone, compresi la mamma e il papà, un tassista che coltivava un piccolo campo per mettere qualcosa in più sulla tavola, nonostante l’embargo. Alì sa di essere l’unico che i soccorritori sono riusciti a tirare fuori dalle macerie in fiamme. Sa di avere il tronco profondamente ustionato, pieno di ferite infette, che potrebbe non farcela senza le cure adeguate. Sa che se ce la farà, dovrà trovare due braccia nuove, perché delle sue il missile non ha lasciato proprio nulla.

È uno strazio vederlo, così vivo, disperato, forte ed espressivo, mentre chiede ad Imad al Nayada, il chirurgo plastico kuwaitiano che l’ha appena operato alle ustioni, i dettagli tecnici dell’intervento. Sembra più presente e in grado di affrontare la situazione dello zio Ahmed, l’unico essere umano che gli sia rimasto al mondo, come Alì è l’unico ad essere rimasto ad Ahmed.

Non è vero che la guerra fa diventare adulti i bambini, come credono alcuni, viene da pensare guardandolo ed ascoltandolo nella sua stanzetta dalle apparecchiature super moderne dell’ospedale di Kuwait City, dove l’hanno trasportato per cercare di salvarlo. Alì resta un dodicenne. Va incontro alla tragedia con le risorse e i sentimenti di un ragazzo. Rivuole le sue braccia indietro. Altrimenti, è pronto a morire, dice. È difficile spiegargli che le braccia potranno essere solo artificiali. Vuole le sue, non le nuove che gli offrono. Con un’ostinazione che fa pensare a quando un bimbo ha perso una cosa cara, alla quale aveva legato il suo mondo affettivo.

E segue tutto istante per istante, per essere sicuro che gli adulti non lo prendano in giro. “Comprende perfettamente la situazione”, commenta il medico. Alì chiede in continuazione se può bere, quanto occorrerà per riprendersi, cosa accadrà dopo. Vuole muovere una gamba intorpidita, quella da cui sono stati prelevati gli innesti. Si rende conto che un medicinale lo rende meno lucido. “Parliamo, ma non troppo. Sto bene ma mi sento stanco”, risponde alla nostra richiesta di intervistarlo. E comincia a raccontare della scuola, dei suoi compagni, dell’anno interrotto per il conflitto, del suo mondo.

Un ragazzo così non può che diventare un simbolo. Come non gridare al mondo il suo dolore, come non mostrare la straordinaria reazione che sta avendo. In ogni conflitto c’è un bambino che diventa l’immagine della violenza sugli innocenti, della follia della guerra. Da Phan Thi Kim Puc, la piccola vietnamita di nove anni ritratta il 9 giugno del ’72, nuda e urlante, mentre correva sull’asfalto con il corpo bruciato dalle bombe americane al Napalm in una fotografia che sconvolse gli Usa. A Leila, colpita a un occhio da un cecchino serbo in Bosnia, portata in Italia per essere operata, o a un’altra bimba centrata da una scheggia alla schiena in Kossovo. Sono i piccoli protagonisti che muovono le coscienze, le gare di solidarietà, le pressioni per la pace. Le loro storie e le loro immagini nella retorica dei mezzi di comunicazione, in particolare della televisione, sono emblemi quotidiani della cattiveria e dell’ingiustizia. Di qualsiasi sciagura o violenza, i media sottolineano sempre la presenza di bambini tra le vittime. Perché incolpevoli, ignari, senza difese. Per il coinvolgimento emotivo che suscita una giovane vita colpita.

Mi accorgo di aver avvicinato troppo al volto di Alì il microfono su cui campeggia lo stemma del mio telegiornale. È così forte l’impatto sul pubblico di queste tragedie che chi le deve raccontare rischia di perdere il senso del rispetto umano, della dimensione personale per i protagonisti. È così. C’è un limite labilissimo oltre il quale il dovere di raccontare e l’interesse pubblico a sapere degenerano in spettacolo del dolore e in compiacimento morboso. Basta indulgere per un istante nel pensiero dell’effetto che questa vicenda avrà sugli spettatori, per far scadere la testimonianza toccante e misurata in una ignobile esibizione delle sofferenze altrui.