Igman

Le granate dal monte Igman

Redazione Racconti dal mondo

L’uso strumentale della pietà per i bambini, delle reazioni che provoca la violenza sui più piccoli, riserva altri capitoli atroci nei conflitti, anche questi intrecciati con l’informazione e la comunicazione. A Sarajevo, durante il lungo assedio dei serbi, sembrava incredibile che le granate andassero a colpire proprio tanti ragazzi musulmani della capitale bosniaca. Ogni volta che tornavano alla luce, per sottrarsi alla clausura cui li costringevano i genitori e tirare due calci ad un pallone, immancabile pioveva un proiettile di artiglieria dai monti che circondano la città, come il Monte Igman, in passato teatro dei giochi olimpici invernali.

L’ignominia, la vigliaccheria del tiro al bersaglio su dei ragazzini era tale che proprio quelli che erano additati come colpevoli, i serbi di Bosnia, insinuavano il dubbio che a lanciare le granate fossero invece stati gli stessi musulmani bosniaci, proprio per poter gridare all’infamia e motivare l’intervento delle forze internazionali. Insomma: siete voi ad uccidere i vostri figli, in modo da convincere le potenze mondiali a intervenire in vostro aiuto, per ribaltare in vostro favore la sconfitta che vi stiamo infliggendo.

E, invece, una delle realtà inconfessabili in quella guerra era che i bambini costituivano il differenziale etnico. Come ogni tanto veniva fuori con chiarezza nelle discussioni a tarda sera. “I musulmani fanno troppi figli”, sbottava ogni tanto un serbo di Bosnia che ci ospitava e divideva con noi la sua cena. E quando gli contestavamo l’enormità dell’affermazione, insisteva a spiegare infervorato che la sua gente si sentiva assediata in casa da quella componente della popolazione che cresceva a dismisura, a differenza della loro meno prolifica. In Kosovo e poi in Macedonia, la stessa angoscia sociale era provocata dagli albanesi, anch’essi musulmani con famiglie numerosissime e parenti in costante arrivo dall’estero. Un fattore di destabilizzazione, tanto da far sentire come una minaccia la possibilità di un censimento per rivalutare il peso dei diversi gruppi di popolazione. Tanto da scatenare la pulizia etnica, la cacciata in massa di centinaia di migliaia, avvolte di milioni di persone.

Jesìde veniva avanti dalla dogana di General Jankovic, tra Kosovo e Macedonia, stretta in un cappottino rosa, un po’ staccata dagli altri gruppi di profughi. A 13 anni portava con sé il diario degli orrori subiti dal suo popolo, per la colpa di essere albanesi in uno stato dominato dai serbi. Svegliati nel cuore della notte dalle granate sul loro paese, vicino Pristina, veder entrare in casa i paramilitari che minacciano e uccidono. “Hanno dato alle fiamme la mia scuola, dove imparavo, le case, il bestiame”, racconta Jesìde. Il fuoco per bruciare i legami materiali e culturali degli albanesi con quella terra, perché dopo la fuga non tornino indietro.

E i tuoi amici, dove sono Jesìde? “Sono rimasti là. Anzi, non lo so dove siano finiti. Mi mancano i miei libri, lo zainetto, le bambole. No, non sono riuscita a salvare nulla. Ho visto i soldati serbi, erano sui camion e avevo paura”. Sei contenta di essere al sicuro ora? “No, perché ho lasciato il mio paese in mano a quegli altri che lo hanno distrutto”.

Che la reazione all’intolleranza etnica possa essere ancora oggi quella di Erode, del massacro degli innocenti, può sembrare incredibile. Eppure è la regola dei conflitti. L’Unicef lo chiarisce con la forza dei numeri. Nell’ultimo decennio oltre 2 milioni di bambini sono stati uccisi; oltre 6 milioni sono rimasti invalidi o sono stati gravemente feriti; oltre 1 milione sono rimasti soli, orfani o hanno perso i genitori nel caos della guerra; circa 20 milioni sono rimasti senzatetto, sfollati o rifugiati; oltre 10 milioni sono rimasti traumatizzati psicologicamente. Ogni anno tra 8.000 e 10.000 bambini restano uccisi o mutilati dalle mine antiuomo. Ancora oggi, oltre 300.000 bambini sono arruolati come soldati in 30 conflitti armati in corso nel mondo.