L’ora del “Torno a casa”

L’ora del “Torno a casa”

Redazione Mail di viaggio o dal fronte

…la corsa degli ultimi minuti con una serie di incognite, inciampi, cose che non si possono non fare, che si affastellano. E il traffico impossibile di tutti i giorni di Teheran che Roma al confronto è uno scherzo, le persone che solo ora hanno capito che mi vogliono dare qualcosa, giusto perché sto per partire, i conti con venti collaboratori, una specie di piccola Rai montata qui, e sono troppo poco io per gestire tutto.

Mannaggia, l’artista carina che nel corpo mi ricorda un vecchio amore e nella carica una corsara, ha realizzato solo ieri sera che, forse, era il caso di portarmi al suo studio di pittrice, atelier come dicono loro, per far succedere magari qualcosa, che a Teheran è proprio da far girare la testa…

Ma, tanto, non succederà, non c’è il tempo, e non c’è neppure il mood. Sono invece andato a casa sua per intervistarla, con la mia producer che è sua amica, e ho scoperto che è davvero grande quando descrive i suoi quadri, bellissimi, ti arriva diretta nel centro del cervello e del cuore. Resta, come il penultimo giorno di vacanza, quell’aria di cose che sono maturate all’ultimo momento e ci faranno desiderare di tornare lì. Come la mia producer con il suo appartamento caldo di legno e finestre che si aprono tra una stanza e l’altra, dove ho lavorato, sudato, bestemmiato, mi sono arrabbiatoo con lei e con le cose che non venivano. E, alla fine, lei si scioglie e ci dichiariamo amicizia sconfinata…

E il languore che già mi prende per quello che voglio trovare a Roma. Il languore che mi è montato durante le telefonate con le persone romane da cancellare, le vite da cambiare, la voglia di non fare più da cuscino… (lasciamo perdere, che è un altro discorso).

Ho ancora nelle orecchie le risate e i silenzi, i visi e le espressioni sconosciute, da decifrare, delle persone che partecipavano ieri sera alla cena degli artisti, come l’altra volta, stessi volti, ormai già familiari per me. Ma, appartamento diverso, non più del marito abbandonato che torna più tardi. Questa volta quello della divorziata in persona. Bel loft con attrezzo rassoda muscoli da marcia forzata tra l’armadio e il commode, in camera da letto, con vicino una valigia-baule con dentro le camicie che dipinge con procedimento al computer, con i caratteri dell’alfabeto persiano, come la pittrice amica sua con corpicino tutto scattante che mi ricorda un vecchio amore d’infanzia (mamma mia! non ho avuto cuore di comprarne una, e c’è rimasta male).

Tra loro mi sono mosso sciolto e quasi provocatore. Ho parlato con chi mi andava. Anche con chi nessuno avrebbe immaginato avrei parlato. E ho avuto la mia parte di successo, facile come outsider. Soprattutto, facile quando non ti frega niente di quello che accade attorno a te. Giochi al sicuro, come un bandito. Ho mangiato le specialità iraniane preparate dalla padrona di casa e le ho fatto i complimenti. Ho assaggiato anche la specialità indiana non fatta da lei, ha precisato, ed ho taciuto il responso. E poi tutti i dolcetti.

Ma non ho toccato alcool che dal ’91 me ne astengo, come dal maiale e ora anche dal caffè. Ho bevuto invece un the cinese che mi distende. E la divorziata me ne ha servita una seconda coppa. Assieme al marito, arrivato anche questa volta per ultimo. E, ad un tratto, fuggito via, come gli bollisse il latte sul fuoco all’altra casa. Mentre un pianoforte maledetto suonava Nat King Cole, che ho ancora i brividi, tonight baby, and you’re not on my side

Ma tutto questo era il mondo alla rovescia, quello del chissenefrega. mentre il pensiero, come un filo d’acciaio, era teso solo in una direzione.

Ho creduto che si spezzasse quel filo, mentre una sorta di capellone imbiancato con barba da profeta, mi ha ricondotto all’hotel sfrecciando per Tehran a 100 all’ora, abbandonando con tutte e due le mani il volante per lisciarsi con una spazzola estratta dal cruscotto capelli-barba-baffi e quant’altro untuoso abbellimento pilifero.

Come guardassi un film dal seggiolino posteriore, non ho avuto paura. Né avrei potuto: non parlo il Farsi e lui parlava solo in Farsi.

Il filo non si è spezzato, invece.

E ho capito che è venuto il momento di lasciare questo mondo alla rovescia.

Mi è così venuta, chi sa da dove, la chiusa del Torno a casa blues, che da un anno e mezzo non trovavo. Quello che comincia “Voglio guardare il mondo dai monti di Teheran Nord, voglio piangere sangue sui binari di Athocia…”

Perché, forse, dovevo pagare il pegno di venire qui un’altra volta, due anni dopo esserci stato e aver scritto l’inizio del Torno a casa blues. Dopo tutto quello che c’è stato, dovevo salire sui monti di Teheran Nord, come ho fatto due giorni fa, in mezzo alla gente che in gruppi se ne andava tranquilla a vivere le sue cose. Guardare il mondo alla rovescia. trovare la conclusione per quel verso rimasto appeso: “E ora che ho visto il mondo dai monti di Teheran Nord…”

Così è suonata l’ora del Torno a casa blues.

(Teheran, in una primavera del 2006)