Ground Zero

Murales al vento e segnali di cera

L’America si è scoperta un gigante d’argilla, vulnerabile proprio dal cielo, dove ha la supremazia militare. Lo sbigottimento è tale che tutti hanno bisogno di dire, di comunicare, di riconoscersi e di discutere. Ma, farlo ad alta voce, sui media, in questo momento di crisi senza precedenti, sembra quasi un’eresia, una manifestazione di debolezza e di divisione.

I network televisivi in particolare, raccontano la storia ufficiale, raccolgono migliaia di testimonianze di persone toccate dalla tragedia, cercano di non enfatizzare le falle scoperte negli apparati di sicurezza, sono testimoni dell’emergenza, rappresentano una nazione stretta attorno al presidente, la cui elezione solo dieci mesi prima aveva spaccato il Paese, e una metropoli, New York, diventata corpo unico dietro al sindaco-simbolo, Rudolph Giuliani.

Il principale anchor, Dan Rather, in genere energica voce critica, piange in diretta, ospite di un programma, parlando delle vittime degli attentati, degli eroici vigili del fuoco e poliziotti.

Ma, il tam tam che nelle prime ore ha diffuso la notizia a voce, continua per strada, in forme discrete, diverse dal solito. Colpisce come prima cosa l’atteggiamento di solidarietà, il bisogno di aiutare gli altri, di trovare in loro un’affinità. Non era un’eccezione la ragazza di origine italiana, hostess dell’aeroporto di Detroit, che si prendeva in carico tutti quelli che sentiva parlare in italiano, li aiutava a raggiungere la propria destinazione. Arrivati, poi, in una metropoli in genere tutta presa dalla competitività e dall’individualismo, come New York, si sente l’interesse della gente, la voglia di partecipare uno alle vicende dell’altro.

E il riconoscersi. Ancora partendo dalla lingua, dalle origini comuni. Non era mai capitato, girando per strada, di sentirsi chiamare ad ogni passo in italiano, stentato o meno, da gente che riconosce il tricolore sulla telecamera e offre la propria testimonianza, vuol far sentire partecipi quei popoli lontani della tragedia che ha colpito cittadini di ben 84 paesi.

Voci e voglia di raccontare, di spiegare. Ma, soprattutto simboli e messaggi. Dove il dolore è più forte. Proprio dal lutto nasce un dialogo silenzioso. Nelle piazze, come Union Square e Washington Square, trasformate in punti di ritrovo per veglie, canti e preghiere. Il mezzo è suggerito dai tanti biglietti e cartelli che i parenti, in cerca dei propri cari dispersi, attaccano dove possono, soprattutto nei punti di raduno o vicino ai centri di assistenza.

Sostando in questi luoghi di pianto, altri cominciano ad esprimere il modo in cui stanno vivendo e soffrendo la tragedia. Scrivono e disegnano ovunque. Messaggi e murales che gridano amore, pace, odio e anche vendetta. Che intrecciano dialoghi a distanza, quasi mai violenti l’uno nei confronti dell’altro, lasciando sempre aperta la porta alla spiegazione, all’opinione contraria, insomma dettati dalla voglia di capire e di farsi capire.

“Pace, prima di tutto!”, ha scritto un italiano a Washington square nel primo sabato dopo gli attentati, quando la gente torna per la prima volta per strada in gran numero, famiglie intere come nelle consuete passeggiate del week-end. “It’s our war for freedom, to keep our freedom”, è la guerra della nostra generazione per la libertà, per conservare la nostra libertà, gli sta rispondendo usando i pennarelli colorati una bella ragazza bruna con il volto dipinto a stelle e strisce.

Tanti si fermano a leggere queste distese di frasi. “Quella che mi ha colpito di più”, commenta un’ottantenne con il marito, “è questa che si chiede: dobbiamo stare in pace o in guerra? Chi l’ha scritta risponde: non lo so! E, davvero, non lo so neanch’io”, conclude l’anziana donna.

Davanti alle centinaia di messaggi, il dolore dei morti si intreccia alla gioia di sentirsi uniti. Si formano gruppi cosmopoliti che intonano canzoni e canti di ogni tipo, dagli Anni Sessanta e Settanta, ai blues e godspell, alle nenie orientali. Una donna che sembra uscita dal film “Fragole e sangue” regge uno striscione con su scritto: “We will survive” che insegue slogan come “We shall overcome”.

Un ragazzo di colore scrive sul muro: “Le cose buone arrivano alla fine di un lungo periodo di orrore”.
E c’è chi non usa le parole. Improvvisati artisti di strada cominciano a impastare simboli di pace e d’amore con la cera che scorre dalle candele accese come tappeti di luci, davanti alle fotografie dei morti o dei dispersi ed ai cartelli che chiedono: “Chi ha visto il mio John”.


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